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Full text of "Ombre e Luci N. 113 - 2011"

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Muoviti 


con chi non può muoversi 


Foto per gentile concessione CH Lourdes 


113 * Trimestrale anno XXIX n. 1 - Gennaio - Febbraio 
Poste Italiane S.p.A. - Spediz. in/ Abb. Post. - d.I. 353/2003 (conv. in. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2 


IN QUESTO NUMERO 


EDITORIALE 
Gaia, Puccio, Emanuela e molti altri... 
Mariangela Bertolini 


DiaLogo AperTO 
Lettere a Jean 
di Natalia Livi 


Dossier | VIVERE CON LA DISTROFIA 
Intervista a me 

di Gaia Valmarin 

Salve, sono Puccio 

di Rita Massi 

Emanuela e Alessia 

di Vera Carli 

Le malattie neuromuscolari 

a cura del dott. Antonello Damiani 
UILDM 

a cura di Rita Massi e Matteo Cinti 
Ladri di Carrozzelle 

di Rita Massi e Matteo Cinti 


ScuoLa 
Pianeti diversi 
di Anna Testa 


SpeciaLe FilM 


Vira FEDE E Luce 

Il nostro sì 

di Angela Di Bello 
Jean Vanier risponde 


LigRrI 


Quando gli altri ci guardano 
Pennablù :-29 


In fe {V di copertina: Foto Ombres & Lumière n.178 


Ombre è Luci 113 


Trimestrale Anno XXIX n. 1 
Gennaio - Febbraio - Marzo 2011 


Organo dell'Associazione Fede e Luce Onlus 
Autorizzazione del Tribunale di Roma n.19 del 24 
gennaio 1983 

ISSN 1594-3607 


Responsabile Sergio Sciascia 
Direttore Mariangela Bertolini 
Redazione Cristina Tersigni, Rita Massi 
Fotocomposizione Matteo Cinti 


Redazione e amministrazione 

via G. Bessarione, 30 —- 00165 Roma 

Lunedì, mercoledì, venerdì dalle 9,30 alle 12,30 
Telefono e fax 06 63 34 02 

E-mail: ombreeluci@gmail.com 


Stampa: 

Stab. Tipolit. Ugo Quintily S.p.A. Viale Enrico 
Ortolani, 149/151 Roma 

Finito di stampare nel mese di Marzo 2011 


Poste italiane sped. abb. post. di 353/03 
(conv. in 146/04) art. 1 comma 2 — DCB Roma 


Redazione, stampa e spedizione di un anno di 
Ombre e Luci costa €16,00 

OFFERTE LIBERE PER SOSTEGNO 
ORDINARIO E STRAORDINARIO 


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intestato a “Associazione Fede e Luce Onlus” via 
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con causale: pubblicazione OMBRE E LUCI 


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intestato a “Associazione Fede e Luce Onlus” con 
causale: pubblicazione OMBRE E LUCI 


= 


Gaia, Puccio, Emanuela 


e molti altri... 


Credo, senz’ombra di dubbio, che il modo con cui questi tre giovani vivono e hanno 
saputo vivere la vita sia luce per noi. 


Colpiti fin da piccoli da distrofia muscolare - una malattia con poche speranze di gua- 
rigione — hanno voluto lottare per difendere e far fruttare ogni briciola di sopravvivenza 
e per godere, il meglio possibile, di ogni attimo loro concesso. 


Di fronte a loro e a quanti come loro “rimangono in piedi” di fronte alle difficoltà e 
alla sofferenza, a noi resta di fare silenzio e di fare spazio nelle nostre menti e nei nostri 
cuori — assaliti e storditi dalle banalità quotidiane — alla partecipazione, alla comprensio- 
ne e alla vicinanza verso questi nostri fratelli quasi sconosciuti. 


La loro tenacia e sofferta determinazione per vivere al meglio una vita tutta in salita, 
dovrebbe farci pensare. lo stessa, prendendo la penna per aprire uno spiraglio sulle loro 
vite — questo ci siamo proposti con il numero che state leggendo — mi sono fermata più 
volte per chiedermi: “Come posso io parlare di persone che conosco poco; come posso 
trovare le parole giuste e adeguate per richiamare la nostra attenzione sulla sfida che la 
loro vita rappresenta?”. 


- 


Ho pensato alla mamma di Marco, che mi raccontava la sua disperazione quando un 
medico maldestro le ha annunciato il verdetto della malattia del suo primo bimbo di due 
anni. Continuavo a ripetermi: “non piangere, soprattutto, non piangere! Marco vivrà la 
sua vita circondato dalla nostra gioia!” Così è stato sempre; lungo i suoi 24 anni, Marco 
ha infuso coraggio e forza a se stesso e a tutti i suoi parenti e amici. 


C'è di che rimanere sbalorditi da come molti di queste nostre sorelle e fratelli, sanno 
portare la loro grave disabilità, vivendo le difficoltà e il disagio nella quotidianità, per 
vivere una vita senza tristezza, come tutti vorrebbero, ma con un cammino più tortuoso 
davanti. 


E la tristezza la nascondono bene, perché solo così possono essere vincenti e testi 
moniare a tutti quanto grande sia il valore delle loro vite e quanto poveri siamo noi se 
non sappiamo schierarci al loro fianco. 


Ombre e Luci 1/2011 Pei 


..cOSì'Una buona notizia 
dai un paese lontano. 


Questa frase in inglese 
campeggia all’interno dell’uf- 
ficio postale centrale di Hong 
Kong. Scolpita su una tavo- 
la di legno, era collocata nel 
vecchio edificio delle Poste, 
quando le lettere impiegava- 
no tempo ad arrivare a desti- 
nazione. Ora non è più così. 
Mi auguro comunque che 
questa mia lettera agli ami- 
ci italiani giunga ugualmen- 
te come acqua fresca, porti 
cioè un messaggio di gioia e 
di speranza. Potrebbe essere 
l’ultima circolare che mando. 
Nessuna meraviglia. Come 
ha recentemente scritto agli 
amici Jean Vanier: “Questo è 
il ciclo della vita, siamo pro- 
grammati per crescere, ma 
anche per indebolire e poi 
morire”. (...) 

Poco dopo essere diventa- 
to prete arrivai a Hong Kong. 
Fu come se la mia famiglia, 
la mia parrocchia di origine, 
il seminario del PIME dove 
sono stato formato, mi aves- 
sero consegnato ai cattolici di 
Hong Kong, dicendo: “Ades- 
so tocca a voi prendervi cura 
di P. Mario”. (...) Li ringrazio 
per avermi accolto, aiutato 


(e. Ombre e Luci î /205! 


Le vostre lettere a: © 


breeluci@gmail'com 


Ombretell'uciVia(GYBessarione#30m{0016s]Roma 


Dialogo Aperto 


e sostenuto in tanti modi. E 
quando sette anni fa ebbe 
inizio la mia presenza nella 
Cina continentale, il rapporto 
di amicizia si è esteso ai di- 
sabili mentali e agli assisten- 
ti di Huiling, ai cristiani (e 
preti e suore) della Chiesa di 
Guangzhou e tanti altri. (...) 

In particolare ringrazio le 
persone di Mandello (e quel- 
le che volessero ancora fare 
qualcosa) per il completa- 
mento della sistemazione del- 
la scuola materna integrativa 
di Huiling già bene avviata 
grazie all'aiuto concreto del- 
la scuola Sandro Pertini nel 
Natale 2009. Qualcuno si 
domanderà: perché mandare 
soldi in Cina, una nazione che 
è ormai la seconda potenza 
economica del mondo? La 
risposta è che del benessere 
del Paese, sempre più in au- 
mento, non beneficiano tutti 
in modo equo. Ci sono gran- 
di masse che vivono ancora ai 
margini della società. E così 
le Onlus come la nostra non 
ricevono regolari sussidi dallo 
Stato. Huiling pareggia il suo 
bilancio attraverso modeste 
rette versate dai familiari, le 
adozioni a distanza, e altri 
contributi offerti da enti o da 
singoli individui. (...) 

Da quando vivo nell’inter- 
no della Cina ho più tempo 
a mia disposizione e riesco a 


tenermi in contatto con tante 
persone attraverso la posta 
elettronica. Se qualcuno mi 
manda un'e-mail, rispondo. 
Scrivere una breve lettera in 
cinese, col computer non è 
poi così difficile. Ora che non 
lavoro più in una parrocchia 
vera e propria, con le perso- 
ne con cui sono in corrispon- 
denza si è formata una specie 
di “parrocchia virtuale”. (...) 

Penso spesso alle difficol- 
tà dei preti che in Italia devo- 
no affrontare la sfida di una 
società malata che ha perso 
il gusto del Vangelo. La mia 
opera qui è invece fatta di 
piccole cose: vivere assieme 
ad un gruppetto di disabili 
cercando di offrire loro un 
po’ di affetto, dare un po’ di 
impegno di assistenza e riabi- 
litazione, salutare e sorride- 
re alle persone che incontro 
lungo la giornata... Piccole 
cose che mi sforzo di fare con 
amore, convinto che “a Dio 
servono piccoli uomini, con i 
loro difetti e le loro carenze, 
per dare serenità”. 

A tutti i fratelli e sorelle 
di fede sparsi nel mondo il 
Papa Benedetto XVI chiede 
di pregare per i cristiani cine- 
si. Penso che a noi presenti 
in Cina è chiesto qualcosa di 
più. Intercedere non vuol dire 
semplicemente “pregare per 
qualcuno” come solitamente 


pensiamo. Significa “fare un 
passo in mezzo”, mettersi in 
mezzo a qualcuno, per cam- 
minare assieme. Far sentire 
ai cristiani cinesi la nostra 
amicizia e solidarietà, stare 
con loro condividendo gioie 
e sofferenze, offrire il nostro 
incoraggiamento ed aiuto là 
dove è possibile: è il nostro 
piccolo contributo che pos- 
siamo dare a questa Chiesa 
che ci accoglie e di cui siamo 
lieti di far parte. 

Auguri per il vostro pre- 
zioso servizio. Con affetto, 


P.Mario Marazzi. 
(PIME - Guangzhouo). 


Destinazione Lourdes 


Il 204ierappresenta un 
anno importante per i mem- 
bri appartenenti a Fede e 
Luce, in quanto ogni dieci 
anni dalla nascita del movi- 
mento a Lourdes, nel 1971, 
si festeggiano le tappe fonda- 
mentali del nostro cammino. 
La nuova suddivisione terri- 
toriale, con la nascita delle 
Province, ha determinato la 
scelta, per la provincia Mari 
e Vulcani, del pellegrinaggio 
a Paola. Svaniva così il pro- 
getto dell’incontro interna- 
zionale a Lourdes deluden- 
do tutte le comunità, vista 


l'attesa decennale di questo 
pellegrinaggio, l’ascendente 
che Lourdes esercita su tutti 
coloro che sono già stati ai 
piedi della grotta, il desiderio 
e il sogno di andare per vive- 
re un importante momento di 
condivisione. 

Così, quando don Vincen- 
zo Aloisi, assistente spirituale 
della comunità Nuovo Ger- 
moglio di Mazara del Vallo, 
ci ha proposto di organizzare 
un pellegrinaggio a Lourdes 
tra le comunità Fede e Luce 
della diocesi di Mazara del 
Vallo (Arcobaleno, Seme di 
Speranza e Nuovo Germo- 
glio), si è accesa la fiaccola 
della speranza. Dopo varie 
tribolazioni e avventure, final- 
mente il 12 settembre noleg- 
giando un aereo charter, c’è 
stato il decollo... destinazione 
Lourdes. 

Alla partenza erano pre- 
senti i 179 aderenti, tanti i 
posti in aereo, delle comunità 
Fede e Luce più altre perso- 
ne delle parrocchie cui fanno 
capo le comunità. 

L'organizzazione del pel- 
legrinaggio non è stato sem- 
plice ma non si è persa mai 
la fiducia sicuri che la Mam- 
ma Celeste avrebbe accon- 
tentato questi suoi figli che 
desideravano andarla a tro- 
vare nel luogo dove è appar- 
sa a Bernadette e dal grande 


Ombre e Luci 1/20! Pad 


significato per le nostre co- 
munità. 

Ad aspettare a Lourdes, 
dopo un volo di circa due 
ore, c'erano 4 pullman; 144 
persone sono state accompa- 
gnate alla Citè Saint Pierre, 
struttura della Caritas Inter- 
nazionale che accoglie pelle- 
grini; altre sono andate in un 
albergo vicino il santuario. 

La mattina dopo, ci si è 
trovati davanti alla grotta di 
Massabielle dove la Madonna 
sembrava che attendesse col 
suo sguardo materno e rassi- 
curante, sotto un timido sole 
che ha accompagnato per 
i tre giorni del soggiorno a 
Lourdes. 

In quel posto così affollato 
non era difficile individuare il 
gruppo di Fede e Luce: tut- 
ti indossavano un cappellino 
bianco, punto di riferimento 
per chi si smarriva oltre a 
bandierine di vario colore che 
designavano l’appartenenza 
a piccoli gruppi. 

Per muoversi più agevol- 
mente infatti i pellegrini sono 
stati divisi in gruppi da 30 e 
ogni gruppo aveva una ban- 
dierina di colore diverso. 

Il soggiorno a Lourdes è 
stato vissuto con i tempi e 
modi che si vivono nei cam- 
pi delle nostre comunità, con 
momenti molto intensi, nel 
programma che prevedeva la 


Per Jean 

Vorrei tanto sapere esprimerti tutta la 
mia gratitudine per ciò che ho ricevuto 
da te attraverso i libri, gli incontri e la tua 
opera meravigliosa! 

Ti dirò soltanto che, fra i numerosi ri- 
cordi che serbo nel cuore, uno racchiude 
tanto della tua persona e del tuo insegna- 
mento, che mi è particolarmente caro. 

E' il ricordo del tuo incontro con Gio- 
vanni Paolo II quando ti fu conferito il 
“Premio Paolo VI”. 

Noi eravamo tutti lì pieni di gioia. Vedo 
ancora distintamente davanti a me la tua 


figura mentre andavi incontro al vecchio 
e fragile Pontefice con tutta la delicatez- 
za e l’amore che erano in te. Ti avvicina- 
sti, prendesti il suo braccio e lentamente 
camminasti con lui verso la sua poltrona. 
Non dimenticherò mai come il tuo affet- 
to, oltre che dalle tue parole, fu allora 
espresso dal tuo atteggiamento, dal tuo 
sguardo e dai tuoi gesti. Tutti sentimmo 
allora nel profondo che quello era il tuo 
modo di essere e di vivere e che volevamo 
cercare di essere e vivere come te. 


Natalia 


partecipazione alle varie fun- 
zioni del santuario come la S. 
Messa internazionale, la fiac- 
colata, la via crucis, la liturgia 
penitenziale accompagnata il 
giorno dopo dal bagno alle 
piscine, lo scambio, la veglia 
e l’irrinunciabile festa! 

Il tema del pellegrinaggio è 
stato quello adottato per tutto 
il 2010 a Lourdes: “Fare il se- 
gno della croce con Bernadet- 
te” e come tutti gli altri gruppi 
di pellegrini, anche le comuni- 
tà Fede e Luce hanno lasciato 
il segno della loro presenza 
lì, piantando nell’Esplanade, 
alle spalle dell’Incoronata, una 
croce coi simboli delle comu- 
nità di Fede e Luce. 


Fa Ombre e Luci î/20î1 


Gli incontri tra i pellegrini 
di Fede e Luce si sono svolti 
alla Citè Saint Pierre che ben 
si è prestata coi suoi locali a 
momenti di preghiera e di si- 
lenzio. 

Sostando in silenzio alla 
grotta, per tutti c'è stato 
modo di ripensare alle moti- 
vazioni che hanno indotto a 
mettersi in cammino: il desi- 
derio di rileggere la propria 
vita alla luce del Vangelo, di 
incontrare il Signore nei Sa- 
cramenti della Confessione e 
dell'Eucarestia, di pregare la 
Vergine Immacolata presso 
la Grotta delle apparizioni 
affidandole problemi, soffe- 
renze, domande di grazia per 


i presenti e per quanti hanno 
chiesto un ricordo. 

Sono stati vissuti quei 
giorni santi in compagnia di 
Santa Bernardetta che ha 
messo al centro della sua esi- 
stenza Gesù, unico suo mae- 
stro e amico, unica sua gioia, 
ricchezza e meta. 

L'aver vissuto la spirituali- 
tà di Fede e Luce in quei luo- 
ghi santi lascia un ricordo in- 
delebile nella storia personale 
di ogni pellegrino, pieno di 
emozioni vissute nel seguire i 
passi di Santa Bernadetta e la 
ricerca delle origini del nostro 
movimento. 


Alda Mangiapane 


n / 


Td 


l' 
P |pvindi italiane 
di 


eoleggiare tt 
Con grande gioia \ed emozione vivo: | i ques irinaggio:G i 
ig da La a cd emozione vivo | sile di questo pellegrinaggio Ghe.lasnostra Provincia, 
«Ma 4 € Non-vedo l'ora di condividere con le comunità*e-con i 
to momento prezioso, unico. soa ; 
E ts È; PI ps ; Carlo 


MIOnA 


...Questo pellegrinaggio della provincia Kimata con la Grecia e Cipro ci ricorda chi siamo e la 
strada che abbiamo fatto per essere quel che siamo, più consapevoli di Giò che abbiamo scoperto 
... ci ricorda che la dignità della persona riguarda tutti noi, amici, genitori è ragazzi, la dignità 
difavere un posto giusto nella società e di averne uno privilegiato: nel cuore della Chiesa... 
prendefoisdel tempo per partire, è sì un modo per guardare al passato, al nostro vissuto come 
preparazione del bagaglio del pellegrino, ma è anche un modo per chiedere qualcosa. 

Chiedere ché quello che finora ci ha tenuto uniti, quello che ci ha fatto crescere, ridere, piangere, 
organizzare incontri... preghiere, quello che ci ha fatto scoprire di avere famiglie così grandi da 
non sentirci mai soli... tutto questo, sia rinnovato ancora una volta... 


a Loreto dal 30 giugno al 4 luglio ; Stefano 


da DG M 56 4 pP. 


! e riconoscono ‘amicizi, 
le distanze dal movimento. Altri anc pin e ii 


h riuscire 
li d’aquila per tornare a 
vare.il senso del nostro 
checi legama prendono 
1232) SCSI prepariamo a 
zione dei 40 anni di Fede 


E) 


a Loreto dal 2 415 giugno 


Vivere con la 
distrofia 


Chi sono? 

Che strano rispondere a delle domande 
su se stessi, sono talmente abituata a fare 
io le interviste agli altri che questa è per me 


una situazione nuova. Mi chiamo Gaia Val- 
marin, e sono nata il 17 maggio del 1967. 
Ho frequentato le scuole come privatista 
e mi sono diplomata all'istituto Magistrale 
con 54/60; poi mi sono iscritta alla Lumsa 
alla facoltà di psicologia e mi sono laure- 
ata con 110 e lode. Dopo ho conseguito 
la seconda laurea in materie letterarie con 
la stessa votazione. Già da quando facevo 
l'università collaboravo con riviste e asso- 
ciazioni di tutela per i disabili. Dal 1999 ho 
iniziato a collaborare con la Uildm Sezio- 
ne Laziale; questo dal 2001 è diventato un 


fa Ombre e Luci 1/20! 


vero lavoro retribuito con la qualifica prima 
di responsabile delle ricerche e documenta- 
zioni poi come Caporedattore della rivista 
Finestra Aperta e aiuto responsabile dell’uf- 
ficio stampa e comunicazione. 


Come e quando ho scoperto la malattia? 

Della Atrofia Miotrofica Spinale se ne 
sono accorti i miei genitori quando avevo 
6 mesi perché vedevano che non regge- 
vo la testa e non tenevo il tronco dritto 
da sola. Se ancora oggi c'è una grande 
ignoranza in merito da parte dei pediatri 
e dei medici di base figuratevi allora. Gli 
avevano detto che sarei morta nel giro di 
poco tempo per una crisi respiratoria. Ce 
ne sono state tante ma sono ancora qui! 


Come l'ho percepita e come ho reagito? 


Ovviamente i primi anni ero troppo 
piccola ma presto ho capito che c’era 
qualcosa che non andava; non mi ricordo 
una grande disperazione per le limitazioni 
dei movimenti, invece si una grande ango- 
scia per le bronchiti che non mi facevano 
respirare. Proprio per paura di queste non 
ho frequentato la scuola e sì di pianti me 
ne sono fatti. 


Come hanno reagito i miei genitori e i 
miei fratelli/sorelle? 

I miei genitori reagirono molto male, 
perché erano tanto giovani e all’epoca 
la società non era come quella di adesso. 
Ora la disabilità nella maggioranza dei casi 
è vista come una cosa che può capitare. 
40 anni fa ti facevano sentire in colpa se 
avevi un figlio così, la gente si girava per 
strada; alle volte si facevano anche il se- 
gno della croce. I miei genitori mi hanno 
fatto fare tutto quello che era possibile, 
gite, viaggi, visite ai musei e tante feste 
con gli altri bambini. Senza contare l’im- 
pegno nello studio. Anche quando gli al- 
tri parenti pensavano fossero soldi butta- 
ti. Alcuni anni dopo abbiamo iniziato un 
percorso di accoglienza e di affido familia- 
re; sono passati per casa nostra bambini 
di tutti paesi e di tutte le età. Non potrei 
dire di sentirli come fratelli, bensì come fi- 
gli vista la differenza di età. Una di queste 
creature si è fermata con noi e grazie ad 
un’ adozione speciale è diventata un per- 
sonaggio stabile del nostro nucleo. Ora è 
diventata una ragazza grande ed indipen- 
dente; mi fa piacere ricordare come in un 
suo tema della quarta elementare scrisse 
di me “ Mia sorella è il mio angelo custo- 
de, il mio carabiniere, il mio capo scout, 
la mia banca ed è anche un po’ disabile”. 


Vivere con la distrofia 


Che tipo di rapporto ho avuto con 
medici e cure? 

Il mio rapporto con queste figure è stato 
veramente pessimo, sia dal punto di vista 
umano che come gestione della malattia. 
Se non ci fosse stata mia madre che mi cu- 
rava di testa sua sarei veramente morta su- 
bito. Nessun rispetto verso la sensibilità e 
la dignità di un bambino. Parlavano come 
se fossi un pezzo di carne senza spiegar- 
mi niente e senza rendermi partecipe di 
nulla. Tutt'ora noto una grande ignoran- 
za e superficialità nel personale sanitario. 
Sempre molto tragici, ma mai pronti ad 
ascoltare il paziente e a provare soluzioni. 
lo lavoro in una struttura riabilitativa, ma 
anche adesso quando passo per il piano 
dove fanno le visite specialistiche ai bam- 
bini e vedo le famiglie in attesa, mi sento 
male come allora. 


Che tipo di rapporto ho avuto con gli 
“altri”? Amici, compagni di scuola, 
parenti e “colleghi” di malattia... 

Come ho detto non ho potuto frequen- 
tare la scuola, però appena è stato possi- 
bile mi hanno iscritto a catechismo. Sono 
stata fortunatissima perché la mia parroc- 
chia Santa Maria Stella Mattutina di Bel- 
sito a Roma si è dimostrata una delle co- 
munità più accoglienti e aperte che abbia 
mai conosciuto. Lì si sono formate le mie 
amicizie di una vita. E’ difficile far capire 
a chi legge che non stiamo parlando del- 
le solite opere buone verso un disabile. lo 
facevo con loro tutte le attività, andavamo 
alle feste, in giro, insomma quello che vi 
potete immaginare faccia una ragazzina e 
un’adolescente qualsiasi io l'ho fatto con 
loro. 

Questo continua anche adesso che sia- 
mo persone adulte e che nessuno di noi 


Ombre e Luci i/20Î1 3 


DOSSIER 


vive più lì. I loro figli hanno imparato a 
disegnare questa zia con tante rotelle sot- 
to. I problemi cominciano con l’età adulta, 
perché le persone non è vero che ormai 
accettano così facilmente la disabilità, ci 
sono tanti pregiudizi e troppo imbarazzo. 
Molti sono convinti che una persona con 
un deficit fisico sia anche immatura e in- 
stabile. Vorrei farvi conoscere quante per- 
sone incontro che girano sui tacchi a spillo 
e sono veramente immature ed egocentri- 
che. Ho tentato sempre di rivolgermi agli 
altri rendendomi conto che all’inizio il mio 
stato di immobilità può fare impressione. 
Ma comportandomi in modo spontaneo, 
comprensivo e allegro le loro difficoltà si 
sono superate. I miei compagni di malat- 
tia? Mica devono essere simpatici e cari 
solo perché condividiamo la distrofia. Co- 
munque il mio più caro amico, compagno 
di lavoro e di avventure fantastiche ha la 
mia stessa patologia. Io che sono credente 
penso che c’è un senso ad ogni cosa. 


Come reagisco di fronte all’apparen- 
te disagio degli altri nei confronti 
della malattia? 

Mettendomi nei panni loro; ovvio che 
se ti trovi difronte ad una tizia che muove 
solo il viso, parla a voce bassa e si veste 
come una modella, un po’ spiazzati si re- 
sta! Io cerco di mettere le persone a loro 
agio anche se io sono molto timida. Nel 
lavoro no, perché le mie competenze sono 
pari a quelle degli altri. 


La malattia ha impedito che realiz- 
zassi un mio sogno? Un mio progetto 
di vita? 

Sicuramente si, io non ho una grande 
vocazione per il sociale. Mi sarebbe pia- 
ciuto occuparmi di moda, tipo forniture e 


Cal Ombre e Luci 1 /20!! 


acquisti per grandi circuiti commerciali o 
che si occupano di abbigliamento. Ho un 
animo artistico, mi piace tutto quello che 
riguarda l'allestimento di ambienti e la cura 
dell'immagine. Vista la gravità della mia 
patologia è praticamente impossibile rea- 
lizzare ciò. Sono molto fortunata ad avere 
questo lavoro, c’è chi ha meno difficoltà di 
me e non ha niente. Inoltre la mia malattia 
rende più difficile la realizzazione di un rap- 
porto affettivo equilibrato e stabile. Questo 
non credo dipenda solo dalla S.M.A ma 
dal destino e dalla mancanza di occasioni 
di frequentare gente sempre nuova. 


Cosa invece sono riuscita a realizzare? 

Ho realizzato tantissimo: nella mia as- 
sociazione sono molto ben voluta e stima- 
ta. Ho tanti amici e persone care che mi 
soccorrono. Mi è stato insegnato che ho il 
dovere di sfruttare al massimo le mie pos- 
sibilità, perché c'è chi avrebbe voluto fare 
tanto e mai nessuno ha creduto in lui. Mi 
capita di pensare che quando sto lì, triste a 
rimuginare spreco solo tempo. Infatti ogni 
giorno è un giorno nel quale possono ca- 
pitare delle straordinarie sorprese. 


Cosa vorrei ancora realizzare? 
Obiettivo principale è creare un’atmo- 
sfera serena intorno a me, una sicurezza 
e una stabilità per il mio futuro. Non solo 
dal punto di vista lavorativo ma anche dal 
punto di vista degli affetti e dei sentimenti. 
Vorrei che tante difficoltà e tanti momenti 
duri mi rendessero una persona migliore e 
poter dare un senso o anche una semplice 
motivazione a chi mi incontra. 


Gaia Valmarin 


Vivere con la distrofia 


“Salve, sono Puccio!” 


un libro di Mary Cruz Rodriguez Maccione 


“Qualche volta la forza di volontà rie- 
sce a cambiare le cose più in fretta di 
quanto crediamo” (Puccio). 

Mary Cruz racconta, nel libro “Salve 
sono Puccio”, la breve, intensa vita del 
suo primogenito, colpito dalla distrofia 
muscolare . 

E' untesto sereno, pieno di vitalità. L’au- 
trice non fa trasparire la sofferenza: Puccio 
del resto glielo avrebbe impedito! Narra la 
nascita di Puccio, 


poi la scoperta della malattia, i rapporti con 
i fratelli e con gli altri, le cure, la UILDM, 
i vari passaggi dell'inserimento scolastico, 
l'università, i viaggi, fino alla realizzazione 
dei suoi sogni in ambito teatrale... Il tutto 
senza dimenticare il suo impegno sociale, 
la sua attenzione agli altri, le sue molteplici 
iniziative, la sua partecipazione attiva nella 
UILDM, a Telethon e all’EAMDA (Associa- 
zione Europea per le Distrofie muscolari)... 
Una vita normale, vissuta da un ragazzo 
speciale, in una situazione speciale! 
Puccio era sicuramente molto dota- 
to, intelligente, creativo, determinato: 
la specialità della sua vita è data dall’a- 
ver perseguito i suoi obiettivi nono- 
stante gli ostacoli. Nel leggere il libro 
non sempre ci si rende conto delle 
sue effettive difficoltà fisiche. 
L’autrice riporta “anche numero- 
se testimonianze delle persone vici- 
ne al figlio, lascia spesso la parola 
agli amici, ai fratelli, agli assistenti, 
alle tante persone che lo hanno 
incontrato e conosciuto nell’ar- 
co dei suoi trentacinque anni. Si 
tratta di testimonianze affettuose, 
genuine, talvolta ‘ironiche, sem- 
pre serene. 

Il testo è intercalato dalle 
“conversazioni” che la madre 
intrattiene con il figlio, presso 
la sua tomba: sono dialoghi 

semplici, confidenziali, fatti 


Ombre e Luci 1 /2081 € 


DOSSIER 


di vita quotidiana, anche di piccole cose, 
dove non emerge il dolore, ma intimità, 
come quella che rimane tra una madre e 
un figlio che ha bisogno di essere preso in 
braccio anche da grande, un figlio che non 
sembra essere andato via! 

La storia di Puccio è quella di una vita 
“presa sul serio”, narrata con serenità 
quasi con leggerezza e secondo le parole 
della madre “quella stessa serenità e leg- 
gerezza che lui trasmetteva e con la quale 
abbiamo convissuto sempre. Non narra 
dei sacrifici di una madre; infatti né madre, 
né padre, né fratelli hanno mai sacrificato 
niente, hanno vissuto come chiunque altro 
avrebbe fatto nel loro caso, ricevendo da 
lui grandi soddisfazioni.” 


La specialità della vita di Puccio è che 
non appare come una sfida continua alla 
malattia, ma come una vita vissuta inten- 
samente da una persona molto intelligen- 
te, allegra, estroversa che oltre ai normali 
ostacoli che la vita ci pone davanti, ha do- 
vuto condividere quotidianamente la sua 
esistenza con un ostacolo in più. 

Mary Cruz ha voluto narrare la storia di 
suo figlio non solo per far conoscere e per- 
petuare una persona di grande personalità, 
ma anche per far capire che si possono rea- 
lizzare i propri sogni, si possono perseguire 
i propri obiettivi in qualsiasi circostanza con 
caparbietà e convinzione, come Puccio ha 
dimostrato. 

Rita Massi 


Emanuela e Alessia 


“La fede ha dato a me e a mio marito 
molta forza. Senza, avremmo vissuto nel- 
la disperazione. 

Oggi ringraziamo Dio per il dono che 
ci ha fatto di queste due figlie stupende 
(Alessia muore nel 91 a 12 anni n.d.r.). 
Emanuela non parla più, la sua lingua è 
bloccata ma nel suo sguardo leggiamo 
sempre i suoi bisogni, quello che ci vuo- 
le dire. Credo che nostra figlia sia vissuta 
tanto, nonostante la sofferenza, grazie 


fono) Ombre e Luci i /2081 


all'amore che ha avuto attorno a sé, no- 
stro e delle persone che ci sono state ac- 
canto. Per questo a volte penso ai tanti 
giovani che non hanno riferimenti, pieni 
di problemi e che sprecano le loro gior- 
nate in discoteca, uscendone rattristati. 
Credo che se potessero vivere esperienze 
di solidarietà e condivisione con ragazzi 
come nostra figlia, crescerebbero e ame- 
rebbero di più la vita, superando anche i 
loro problemi e le loro ansie” 

Vera Carli 


nervi della gamba == 


Vivere con la distrofia 


Il termine malattie neuromuscolari de- 
finisce quelle patologie caratterizzate da 
alterazioni a livello dell’unità funziona- 
le dell'apparato neuromuscolare (Unità 
Motoria). L'Unità Motoria comprende: il 
corpo cellulare del motoneurone situato 
nel midollo spinale, il suo assone, che de- 
corre in un nervo periferico, la giunzione 
neuromuscolare (placca motrice) e le fibre 
muscolari innervate dal neurone stesso (fi- 
gura 1). Le caratteristiche distintive di que- 
ste malattie dipendono da quale di queste 
componenti viene colpita: esistono forme 
che interessano principalmente i corpi cel- 
lulari (malattie del motoneurone), altre che 
coinvolgono le fibre nervose (neuropatie 
periferiche), altre ancora caratterizzate da 
alterazioni a livello dei muscoli (miopatie). 
I processi lesivi possono essere acquisiti 
(forme tossiche, infiammatorie) oppure 


IL SISTEMA NERVOSO 
MIDOLLO SPINALE 


nerd del braccio 


ENCEFALO 


mervi della mano 


DI 


TRONCO ENCEFALICO 


nervi della coscia 


CERVELLETTO 


nervi del piede MIDOLLO SPINALE 


Fig. 1 — Il sistema nervoso e l’unità motoria 


congeniti (forme ereditarie). Molte lesioni 
dell’Unita Motoria sono la conseguenza 
di un deficit funzionale del metabolismo o 
della struttura delle cellule che risulta esse- 
re geneticamente determinato. In questo 
caso l’informazione del gene alterato viene 
ereditata dai genitori attraverso modalità 
che dipendono dall’espressione genetica 
della malattia (ereditarietà autosomica o 
legata al cromosoma X). 

Le malattie neuromuscolari ereditarie 
comprendono un ampio spettro di disor- 
dini, a esordio in età infantile o adulta, a 
decorso variabile ma comunque progressi- 
vo, che colpiscono primitivamente uno dei 
componenti dell'Unità Motoria (motoneu- 
rone spinale, nervo, muscolo). 

I progressi in campo medico e assisten- 
ziale (impiego di ventilazione meccanica 
assistita, utilizzo di farmaci, interventi or- 


Motoneurone 
+ 
Assone 


Motoneurone 


* + 
Fibre Muscolari 
ad esso innervate 

Unità motoria 


A 
Assone 
Placca 
motrice 


= 


SS 


Fibra n 


muscolare 


Ombre e Luci 1/2011 Fari 


DOSSIER 


topedici), l'utilizzo di ortesi e ausili (tutori, 
carrozzina), la fisioterapia, hanno consen- 
tito di migliorare la qualità e l'aspettativa di 
vita in attesa di terapie risolutive. 

Prenderemo come esempio alcune for- 
me di malattie neuromuscolari ereditarie 
descrivendone brevemente le loro caratte- 
ristiche cliniche. 


Atrofie Muscolari Spinali (SMA) 
Sono un gruppo di patologie dovute 
alla degenerazione del motoneurone alfa 
spinale, caratterizzate da riduzione del 
tono muscolare e da difetto di forza a ca- 
rico della muscolatura. Colpiscono indi- 
stintamente maschi e femmine. Di solito 
entrambi i genitori di un bambino affetto 
sono portatori (la condizione di portatore 
non comporta alcun sintomo) e il rischio di 
ricorrenza è del 25% ad ogni gravidanza. 
Le SMA sono generalmente classificate in: 


SMA | (Malattia di Werdnig-Hoffman): è 
presente un deficit di forza generalizzato e 
molto grave alla nascita. Il bambino giace 
immobile e presenta una seria difficoltà re- 
spiratoria. La vivacità dell’espressione del 
volto del bambino contrasta con la globale 
immobilità. La frequenza di questa forma 
è di 1 caso su 400.000 nati vivi. 


SMA Il (forma intermedia): l'esordio av- 
viene in genere dopo i sei mesi di vita e 
il deficit di forza è grave, ma non come 
nella SMA I. La frequenza è di 1 caso su 
200.000 nati vivi. Il bambino acquisisce la 
capacità di stare seduto autonomamente, 
sebbene tardivamente o in modo imper- 
fetto, ma non acquisisce la deambulazione 
autonoma. La sopravvivenza spesso è nor- 
male ed è comunque legata alla presenza 
di problemi respiratori anche gravi. Altre 


[ra Ombre e Luci 1/20! 


possibili complicanze sono le retrazioni ar- 
ticolari, la scoliosi, i disturbi della degluti- 
zione (disfagia). 


SMA III (Malattia di Kugelberg-Welander): 
la malattia si manifesta quando la deam- 
bulazione autonoma è già stata acquisita. 
Il difetto di forza dei muscoli determina la 
tipica andatura dondolante detta anserina, 
oltre alla difficoltà nell’alzarsi da terra e nel 
fare le scale. L'età di esordio è variabile, la 
progressione è lenta e comunque è possi- 
bile la perdita della deambulazione auto- 
noma. La sopravvivenza è generalmente 
normale. Questa forma ha una frequenza 
di 1 caso su 100.000 nati vivi. 


Neuropatie Ereditarie 
Sensitivo-Motorie 

Rappresentano le più frequenti tra le 
malattie neuromuscolari (30 nuovi casi su 
100.000 nascite). Sono disordini comples- 
si ed eterogenei dal punto di vista clinico e 
genetico che interessano il nervo motorio 
e sensitivo. 

Tra queste forme distinguiamo la Ma- 
lattia di Charcot-Marie-Tooth (CMT) che 
deve il suo nome ai tre medici che per pri- 
mi la descrissero. Con il nome CMT sono 
indicate varie forme tra le quali quella di 
gran lunga più ditfusa è la 1A. 

Nella CMT 1A l’età di esordio è varia- 
bile (in genere tra i 20 e i 30 anni) e non 
sono infrequenti i casi asintomatici. Clini- 
camente si caratterizza per una debolez- 
za dei muscoli delle mani e dei piedi con 
difficoltà nella presa degli oggetti e nella 
deambulazione, per la presenza di mal- 
formazioni scheletriche (piede cavo, cifo- 
scoliosi). Il decorso è generalmente lento, 
caratterizzato da lunghe fasi di stazionarie- 
tà. L'aspettativa di vita è normale. 


Vivere con la distrofia 


Distrofie Muscolari 

Sono malattie caratterizzate da un dan- 
no primitivo e progressivo a carico della 
muscolatura scheletrica e, in determinate 
forme, anche cardiaca. 

Tra queste, la Distrofia Muscolare di 
Duchenne (DMD) rappresenta quella più 
nota. E’ dovuta all'assenza di distrofina, 
una proteina strutturale della cellula mu- 
scolare il cui gene è situato sul cromosoma 
X: la madre, portatrice del gene alterato, 
può trasmettere la malattia solo ai figli ma- 
schi (le femmine abitualmente non hanno 
sintomi poiché possiedono due cromoso- 
mi X). 

Clinicamente la malattia può mani- 
festarsi con ritardo della deambulazione 
autonoma (50% dei casi), ritardo del lin- 
guaggio e mentale (30% dei casi). I sinto- 
mi diventano evidenti verso i 2-3 anni con 
anomalie nella deambulazione (il bambino 


tende a camminare sulle punte), frequenti 
cadute, difficoltà a rialzarsi da terra e nel 
salire i gradini. In pochi anni la deam- 
bulazione diviene francamente sulle punte, 
anserina, è presente un atteggiamento in 
iperlordosi lombare della colonna. Per rial- 
zarsi da terra il bambino utilizza particolari 
strategie. E’ caratteristica una pseudoiper- 
trofia dei polpacci in contrasto con le altre 
masse muscolari. 

Possibili complicanze sono: retrazio- 
ni articolari, scoliosi (talora è necessario 
l'intervento chirurgico), progressivo deficit 
respiratorio che richiede la ventilazione 
meccanica assistita, coinvolgimento della 
muscolatura cardiaca, complicanze legate 
all'uso cronico di farmaci corticosteroidi 
(obesità, decalcificazione ossea) impiegati 
per ritardare il decorso della malattia. 


Antonello Damiani 
Neurologo Uildm 
Responsabile Unità Medica 


| 


Il concorso Immagini di Speranza viene 
purtroppo annullato. 


I partecipanti al concorso sono stati davvero pochi... 
ci risulta difficile scegliere tra questi un vincitore. 


Ringraziamo di cuore chi ha inviato le foto, 


che verranno in parte pubblicate nei prossimi numeri. 


DOSSIER 


UILDM 


e Cosè? 

UILDM è l’acronimo di Unione Italiana 
Lotta alla Distrofia Muscolare. Fondata nel 
1961, opera da cinquant'anni come asso- 
ciazione di riferimento per le persone af- 
fette da distrofie e altre malattie neuromu- 
scolari, fornendo assistenza e sostegno, e 
impegnandosi nell’informazione sanitaria 
e nella ricerca scientifica; promuovendo e 
favorendo l'integrazione sociale delle per- 
sone con disabilità. 


e La nascita 

La conferenza inaugurale della UILLDM 
si è tenuta a Trieste il 12 dicembre 1961, 
presieduta dal professor Donini, direttore 
dell'Ospedale Psichiatrico. 

La personalità che più di tutte ha rap- 
presentato la UILDM fin dal principio è 
senza dubbio Federico Milcovich. Affetto 
da una grave forma di distrofia muscolare 
dall’eta di trent'anni, la poca conoscen- 
za di questa patologia in Italia lo portò a 
cercare il supporto dei professori Aloisi, 
Belloni, Donini e De Bernard, nel tenta- 
tivo di coordinare la ricerca scientifica. 
Nacque così la UILDM, venne istituita la 
sua Commissione Medico-Scientifica e si 
incominciarono ad organizzare manifesta- 
zioni per raccogliere fondi. 

Milkovich, scomparso a Padova nel 
1988, non volle mai cedere alla malattia, 
ma volle inanzitutto credere che la persona 
con disabilità ha la medesima dignità delle 


(2 Ombre e Luci 1/2031 


Unione Italiana Lotta 
alla Distrofia Muscolare 


altre, che va riconosciuta nelle sue diver- 
sità e nelle sue esigenze, ma con il diritto 
a partecipare alla vita sociale attivamente. 


e Il territorio 

Ad oggi, la UILDM presente su tutto il 
territorio nazionale con 77 Sezioni Provin- 
ciali e 9 Comitati Regionali che svolgono 
un lavoro sociale e di assistenza medico- 
riabilitativa ad ampio raggio, gestendo in 
alcuni casi centri ambulatoriali di riabilita- 
zione, prevenzione e ricerca, in stretta col- 
laborazione con le strutture universitarie e 
socio-sanitarie di base. Sono stati inoltre 
avviati diversi servizi di consulenza geneti- 
ca aperti a tutte le famiglie. 

Allo scopo di offrire alle persone affette 
da malattie neuromuscolari un’assistenza 
di qualità, attraverso un modello multi- 
disciplinare di presa in carico globale, la 
UILDM ha avviato nel 2007 presso l’o- 
spedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, 
il Centro NEMO (NEuro Muscolar Omni- 
centre), in grado di accogliere e curare in 
maniere completa e specifica le patologie 
di riferimento dell’Associazione. 


e Impegno nella società 

La UILDM si dedica costantemente 
alla ricerca scientifica, alla prevenzione, 
all’informazione sanitaria, alla consulenza 
genetica e all'impegno per l'abbattimento 
delle barriere architettoniche in qualsiasi 


Vivere con la distrofia 


forma, anche contro tutte quelle barriere 
culturali e psicologiche legate ai pregiudizi 
e alle discriminazioni. E’ un Ente Accredi- 
tato di Prima Classe per il Servizio Civile 
Nazionale. Da cinquant’anni offre infor- 
mazione di qualità attraverso la rivista DM, 
a diffusione nazionale, quadrimestrale di 
informazione diretta sulle iniziative dell’as- 
sociazione e sulle novità riguardanti strut- 
ture e ricerca. Un notevole impulso alla 
ricerca scientifica è stato dato a partire dal 
1990 da Telethon, inizialmente dedicato 
solo alle distrofie muscolari, proprio per- 
ché era stata la UILDM a volerne l'avvento 
in Italia, che successivamente ha aperto i 
propri bandi di ricerca anche allo studio 
delle altre malattie di origine genetica. 

Nel corso degli anni si è unita a diverse 
associazioni per la promozione di inizia- 
tive di collaborazione. E’ di pochi mesi il 
progetto Numero Verde Stella, nato dal- 
la partnership tra UILDM, Associazioni 
ASAMSI e Famiglie SMA, che consiste 
nell’attivazione di un numero di telefono 
gratuito (800 589738), per offrire alle 
persone con malattie neuromuscolari e alle 
loro famiglie un ulteriore strumento di in- 
formazione e sostegno attraverso un servi- 
zio di accoglienza e di accompagnamento 
nella gestione della rete di servizi presenti 
sul territorio. Dal 2009 si è impegnata, 
in collaborazione con diverse associazioni 
per la distrofia muscolare e la fondazione 
Telethon, a stilare un Registro dei pazienti 
con malattie neuromuscolari per aiutare 
i ricercatori a organizzare e aggiornare 
facilmente le informazioni sull’evolversi 
della ricerca. Sempre nel 2009 la UILDM 
ha deciso di avviare il progetto triennale 
Una città possibile, in concomitanza con 
la Quinta edizione della Giornata Naziona- 


le UILDM, al fine di dare visibilità e forza 
a un messaggio fondamentale, ovvero che 
ogni città deve saper rispondere alle esi- 
genze di tutte le persone, anche di quelle 
con disabilità, permettendo a ciascuno di 
avere una propria personale risposta. 


e Partnership della UILDM 


ACMT - Rete Associazione Charcot- 
Marie-Tooth 

AISLA - Associazione Italiana Sclerosi La- 
terale Amiotrofica 

ASAMSI - Associazione per lo Studio delle 
Atrofie Muscolari Spinali Infantili; 

Famiglie SMA - Atrofia Muscolare Spinale; 
FISH - Federazione Italiana per il Supera- 
mento dell’Handicap; 

FIAN — Federazione Italiana Associazioni 
Neurologiche; 

DPI - Disabled Peoples’ International; 
CND - Consiglio Nazionale sulla Disabilità; 
Cittadinanzattiva. 

Dal 1970 è tra i fondatori della EAMDA 
(European Alliance of Neuromuscolar Di- 
sorders Associations) 


e Per contattare la UILDM 
www.uildm.org 

La segreteria nazionale UILDM ha sede in 
Via Vergerio n.19/21 Padova 

Tel. 049 8021001 - 757361 

Fax 049 757033 


e-mail: direzionenazionale@uildm.it 


UNIONE 
ITALIANA 
lotta alla 
DISTROFIA 
MUSCOLARE 


Ombre e Luci 1/20! È | 


DOSSIER 


Nell'estate del 1989 alcuni ragazzi si ritro- 
vano a condividere qualcosa di speciale: insie- 
me, dopo poco tempo, decidono di unirsi e 
formare un gruppo musicale, suonando poi 
per oltre 15 anni. Era il periodo dei Ladri di 
Biciclette di Paolo Belli, e per prendersi un 
po’ in giro, i ragazzi decisero di unirsi sotto 
il nome di Ladri di Carrozzelle. Ma prendersi 
in giro perche? Perché quasi tutti i ragazzi del 
gruppo sono disabili, in particolare affetti da 
distrofie muscolari più o meno gravi. Loro non 
si piangono addosso però, anzi si portano die- 
tro una grinta e una passione inimmaginabili. 
Ce ne parla Paolo, uno dei componenti del 
gruppo attuale, che ha vissuto la realtà dei La- 
dri fin dalla loro nascita. 


16) Ombre e Luci 1/201!! 


“I ragazzi che hanno iniziato con me 
tanti anni fa erano tutti distrofici: io ho 
avuto la possibilità di conoscerli facen- 
do l’animatore in un villaggio turistico. 
Durante le estati ci siamo cominciati a 
conoscere, d’inverno ci frequentavamo e 
così è nata l’idea di fare un gruppo musi- 
cale. Eravamo 10 a suonare, 8 dei quali 
in carrozzella con distrofie di tipo pro- 
gressivo. Con quella prima formazione 
siamo andati avanti fino al 2005, poichè 
dopo 15 anni quasi nessuno di quei ra- 
gazzi ce la faceva più a suonare.” Alcuni 
dei componenti del gruppo non sono più 
tra noi purtroppo, adesso sotto il nome di 
Ladri di Carrozzelle riconosciamo tre re- 


_— 


DI 
n 


altà differenti: la prima di tipo professio- 
nistico è la band ufficiale di stampo pop- 
rock, la seconda è invece professionale e 
similmente alla terza, ha un taglio musica- 
le divertente e godereccio; tutte sono nate 
seguendo l’ideale di suonare in un gruppo 
musicale come qualunque altro, per diver- 
tirsi. “L’eccezionalità della cosa sta nella 
sua sfacciata normalità: noi siamo un 
gruppo musicale come tutti gli altri.” af- 
ferma Paolo. 

Nelle formazioni attuali ci sono perso- 
ne con handicap sia fisco che mentale, 
alcuni dei membri suonano in più band 
contemporaneamente e ci sono anche 
componenti senza handicap, come Paolo: 


Vivere con la distrofia 


\ ) 
*@.......! potrete ascoltare i La ri 


al pellegrinaggio Fede\e Luce di Loreto, dal 2@ 
| 


si 


“Io sono chitarrista nella prima forma- 
zione dei Ladri, che suona nelle piazze, 
nei teatri, nei palasport: abbiamo già un 
tour in partenza ad aprile. La seconda 
band “Area Nova” è composta da ragaz- 
zi down e autistici dai quali io pretendo 
quello che di solito non pretende nessu- 
no e cioè la professionalità: che non è es- 
sere professionisti (cioè che sei pagato). 
Professionale è sapere cosa stai facendo: 
i ragazzi down si montano lo strumento 
e sanno quando devono iniziare a suo- 
nare senza improvvisare. Anche la terza 
band è di tipo professionale, entrambe 
non vengono pagate, ma ricevono un 
rimborso spese, o attingono dal fondo 


Ombre e Luci 1 /20î1 di 


DOSSIER 


cassa spontaneo del gruppo e sono so- 
stenuti dal volontariato. E anche dai 
volontari io pretendo molto impegno. 
Purtroppo però non ci sono più i soldi 
per questo tipo di cose...” 

Paolo è una sorta di manager di tutte 
le tre band, «gestisce gli eventi e i concerti 
e contemporaneamente è un insegnante 
di religione, nonché operatore di Fabri- 
zio Er Caciara, con il quale fa laborato- 
rio musicale ogni settimana con la terza 
band “Area 22”. “La tecnologia ora ci 
permette di fare un laboratorio anche 
con chi non sa suonare degli strumen- 
ti, colImando.’handicap. Con tecnologia 
intendo batterie elettroniche, sequenze, 
ricampionatori, ecc... Ci sono persone 
che musicalmente sono 0, però il loro 
0 è il mio 10. Manuela non andrà mai 
a tempo, ma lei ci mette così tanto en- 
tusiasmno mentre suona! Fabrizio ha la 
passione per la musica più grande che 
abbia mai visto ma ha una patologia che 
non gli permette di fare “1,2,3,4”: va a 
fortuna anche se studia 4 ore al giorno.” 

“Trovare un concerto per i ladri di 
carrozzelle è la cosa più difficile del 
mondo,” continua a raccontarci Paolo, 
“perché nessuno in situazioni serie vuole 
gli “handicappati”, poi però quando suo- 
ni cambia tutto. Tutti ti richiamano. Le 
aspettative sono basse perché la gente 
pensa siano persone che non sanno suo- 
nare e associa sempre la sfiga alla disabi- 
lità, invece a me piace pensare una cosa 
che mi ha detto il mio amico Claudio Im- 
prudente: basta sostituire una lettera da 
sfiga a sfida e cambia tutto. Perché la di- 
sabilità è una sfida ai luoghi comuni, ai 
pregiudizi. Noi abbiamo cercato in questi 
anni di proporci in maniera diversa con 
tanta ironia. L'importante era scherzarci 


18) Ombre e Luci 1 /2081 


su, per noi era la chiave fondamentale, 
per andare contro i pregiudizi.” 

Rispetto ad ora, la prima formazio- 
ne è stata speciale, un’eccezione, che ha 
permesso però di ottenere un modello ri- 
producibile. “Adesso è rimasto solo un 
distrofico nella formazione principale 
ma perché è l’unico che non ha una pa- 
tologia progressiva, gli altri stanno tutti 
malissimo. Ma quello che ho visto fare 
a quei ragazzi è andare oltre i propri li- 
miti. Alessandro, il cantante, si è fatto 
due tournèe per l’Italia tracheotomizza- 
to, con un respiratore di riserva, mezzo 
ospedale dietro, anche se il medico gli 
aveva detto che non sarebbe riuscito a 
cantare. E’ chiaro, doveva fare un la- 
voro di preparazione: ognuno ha delle 
ore variabili di autonomia, lui faceva 
in modo che quelle ore arrivassero nel 
momento del concerto. Ma tutti hanno 
dimostrato un impegno e una passione 
inimmaginabili; anche il bassista fino 
all’anno scorso suonava tracheotomizza- 
to. E Alessandro cantava bene, ancora 
mi emoziona tantissimo, con poca voce 
ma metteva i brividi. Era un ragazzo con 
grande carisma, che pur stando molto 
male sul palco riusciva a comunicare, a 
emozionare.” 

I Ladri hanno inciso 11 dischi, alcuni 
brani sono disponibili su iTunes e altri gra- 
tuitamente sul sito. Adesso di dischi veri e 
propri non ne fanno più, ma questo non 
gli impedisce di continuare a suonare in 
tour. Quest’estate potrete ascoltar- 
li al pellegrinaggio Fede e Luce di 
Loreto, dal 2 al 5 giugno 2011. 


Matteo Cinti e Rita Massi 


eremita 


A Roma tra via Blaserna e via dell’Orato- 
rio Damasiano ci sono 7 chilometri di stra- 
da, attraversando Portuense e Magliana. In 
linea d’aria ancora meno. Eppure, parlan- 
do di scuola elementare statale, la distanza 
è maggiore che tra la terra e la luna. Ci si ri- 
trova letteralmente su due pianeti non solo 
diversi ma opposti: uno è l’inospitale “Vin- 
cenzo Cuoco”, l’altro è l’accogliente “Santa 
Beatrice”. Sono atterrata su tutti e due al 
momento di iscrivere mia figlia Benedetta 
in prima elementare. Ah, un particolare: la 
bambina ha la sindrome di Down. 

La dirigente della “Cuoco” è venuta 
meno alla prima regola della scuola: la pri- 
orità del bambino. Una mia opinione? No, 
ho denunciato la vicenda ricevendo dall’Uf- 
ficio scolastico del Lazio le scuse e l’assicu- 
razione che non accadranno più simili abusi 
e sciatterie. E solo una piccola storia, finita 
anche bene, che ora potrebbe persino tor- 


Prameti 


nare utile per fare in modo che non si ripe- 
tano, o almeno diminuiscano, episodi di su- 
perficialità e poca attenzione ai bambini. Di 
episodi di discriminazione ce ne sono tanti 
e ben più gravi, in ogni ambiente. Ma se è 
proprio la scuola a non avere un progetto 
culturale e sociale alto, creando problemi 
per rigidità o trascuratezza, allora sì che sia- 
mo veramente messi male. Già, in fondo 
stavolta sono “i buoni” a vincere 2-1: tra il 
brutto “autogol” della “Cuoco” ci sono le 
belle realizzazioni della scuola dell'infanzia 
comunale “Mondo incantato” e della ele- 
mentare statale “Santa Beatrice”. 

A niente è servito muovermi con un 
anno di anticipo, di comune accordo con le 
maestre della scuola dell'infanzia e la neu- 
ropsichiatra del centro di riabilitazione, per 
studiare il modo migliore di inserire la bam- 
bina in prima elementare. Un passaggio 
particolarmente delicato per tutti, ancora di 


Ombre e Luci 


Scuola Pianeti diversi 


più se si ha la sindrome di Down. Tutti si 
dicono certi che “la maestra è decisiva, se 
ha uno stile di insegnamento che fa scattare 
il feeling con Benedetta l’inserimento sarà 
molto più facile. Altrimenti, se sarà troppo 
rigida, è evidente che gli ostacoli saranno 
insormontabili”. Alla dirigente della “Cuo- 
co”, da cui andiamo più volte, offriamo 
collaborazione piena e indicazioni pratiche. 
Ma, al dunque, lei fa tutto il contrario non 
rispettando in nulla il bene della bambina. 
Senza entrare nei dettagli della diagnosi 
funzionale, non tiene neppure conto delle 
indicazioni delle maestre della materna. Le 
ragioni? Forse disinteresse, superficialità, 
sciatteria. Forse altro. A conti fatti, non 
ho trovato riscontro delle indicazioni for- 
nite nelle “Linee guide per l'integrazione 
scolastica degli alunni con disabilità” del 
Ministero dell'istruzione, dell'università e 
della ricerca. In particolare, la III parte del 
documento sulla “dimensione inclusiva del- 
la scuola” non è stata certamente applicata 
per accogliere Benedetta. 

Sì, ho avuto ragione a non fidarmi. A 
fare la scuola sono le persone. E di com- 
petenti e sensibili ne ho trovare appena 7 
chilometri a ovest. Alla elementare “Santa 
Beatrice” arrivo dopo aver consultato un 
istituto privato, sempre su viale Marconi, 
che chiede 1.200 euro al mese: l’intero sti- 
pendio della maestra di sostegno, per tre 
ore al giorno. 

La dirigente della “Santa Beatrice” vuo- 
le, per prima cosa, conoscere personal 
mente Benedetta. Ci dà appuntamento a 
scuola e ci accompagna a visitarla. Tutta. 
Compresi i bagni. Ci illustra un progetto 
educativo concreto, pratico, evidentemen- 
te frutto di esperienze vere. Si comprende 
come la struttura sia aperta all'accoglienza, 
con una serie di opportunità importanti. In- 


i 20) Ombre e Luci Î /20!! 


somma, siamo stati accolti in un' ambiente 
che sa ascoltare e valorizzare il contributo 
della collaborazione tra: scuola, famiglia 
e centro di riabilitazione. Il paragone con 
quanto abbiamo toccato con mano alla 
“Cuoco” è improponibile. La dirigente ha 
subito chiaro il quadro che cerchiamo di 
presentarle per garantire il miglior inseri- 
mento possibile della bambina. Il dialogo è 
schietto e costruttivo. Non si nascondono i 
problemi. In realtà, non c’è stato bisogno di 
parlare troppo di attese educative e proget- 
ti. Un altro pianeta, appunto. 

I primi quattro mesi di scuola lo han- 
no confermato. Benedetta si è inserita, 
fin dal primo giorno, alla grande. Accolta 
con intelligenza e affetto, con le maestre e 
il personale scolastico ha immediatamente 
instaurato una relazione davvero promet- 
tente. Non ci sono stati intoppi. Davvero 
è commovente vedere con quanto entusia- 
smo e con quanta volontà si butta a capofit- 
to nei compiti a casa. Così come commuo- 
ve constatare la sua gioia di andare a scuo- 
la e la “scintilla” che pare subito scoccata 
con maestre e compagni di classe. Prima 
ancora che imparare a scrivere, leggere e 
far di conto, è fondamentale che Benedetta 
acquisisca gli strumenti che le consentano 
di migliorare la sua capacità di relazionarsi 
con le altre persone e quelle autonomie che 
le possano tornare utili nella sua vita. E noi 
genitori ci siamo intesi al volo con la scuola, 
ci stiamo confrontando su tutto. I problemi 
non mancheranno, ma ci sono tutti i canali 
per affrontarli insieme. 

Ecco, non era poi così difficile creare una 
situazione serena, accogliente. Nella scuola 
non è, allora, tanto 0 solo questione di tagli 
o di sostegni. È questione di persone. 


Anna Testa 


La pecora nera è il disadattato, il bambino 
difficile, l’escluso. 

E’ Nicola, il protagonista del film, ed è an- 
chexAscanio Celestini, che da attore interpreta 
il personaggio, e'da autore, con voce.fuori cam- 
po, ce ne racconta la storia facendola inevitabil 
mente la “sua” storia. 

Nicola è nato negli anni sessanta, molto pri- 


“ma della legge Basaglia. La scuola e la famiglia 


(il padre è un pastore, la metafora è un piccolo 
capolavoro), le Istituzioni, non sono'in grado di 
aiutarlo, di ascoltarne e magari interpretarne il 
disagio, anzi vengono mostrate come la prima 
vera forza distruttrice del suo delicatissimo mec- 
canismo interiore, portandolo così;/.giovanissi- 
mo, quasi naturalmente, in manicomio. 

Il manicomio, la terza Istituzione, sicura- 
mente non'a caso contrapposta o addirittura 
sovrapposta alle altre due, è quella che saprà ac- 
coglierlo, dargli delle regole da rispettare, delle 
linee da seguire ma che:saprà farlo diventare un 
perfetto “matto”. 

Ma il racconto di questo percorso di distrué 
zione dell’individuo nel film non c’è. Non è la 
violenza, non è l’elettroshock, solo evocato, 
che Celestini vuole farci. conoscere; perché il 
suo interesse di Autore empatico che entra nei 
personaggi (che sono prima di tutto persone 
vere, con vere storie di sofferenza che hanno 
avuto la forza di raccontare, mentre lui ascol- 
tava con una capacità sorprendente di farsi 
“altro”), è restituire lo smarrimento‘emotivo del 


suo personaggio, di trasformare in poesia il suo 
mondo interiore. di..gioia,.amore e dolore, di 
spiegarci che lo sgomento maggiore non.lodà 
tanto il male subitorguanto la totale incapacità di 
comprenderne il perché. Ri 


“Diventando” la pecora nera Celestini ci regala 
il suo atto d'amore verso gli ultimi, gli inascol- 
tati ed è impossibile, visto l'argomento tratta- 
to e la forza emotiva trasmessa, non ripensare 
a Marco Lombatdo Radice (il “rivoluzionario” 
neuropsichiatra Infantile che nei primi anni ot- 
tanta sperimentò percorsi terapeutici basati 
soprattutto sull’ ascolto delle necessità dei bam- 
bin e sulla compensazione delle ‘loto carenze 
affettive). E torna alla mente la sua emblemati- 
ca citazione, volta in senso autobiografico, del 
brano centrale del Giovane Holden: “Sai quella 
canzone che fa : Se scendi tra i campi di segale, 
e ti prende al volo qualcuno?... Mi immagino 
sempre tutti questi ragazzini che fanno una par- 
tita in quell’immenso campo di segale eccetera 
eccetera. Migliaia di ragazzini, intorno non c'è 
nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltan- 
to io. E io sto in piedi sull’orlordi un dirupo paz- 
zesco. E non devo fare altro che prendere al 
volo tutti quelli che'stanno per cadere dal dirupo 
e io devo saltare fuori da qualche posto e ac- 
chiapparli. Sarei soltanto l’acchiappatore nella 
segale.” 


Fabrizio Aglianò 


Ombre e Luci | /20!1 Fei 


| 


") 


Di Precious, film di Lee Daniels tratto 
dal romanzo di Sapphire Push (Fandangò); 
la trama è ormai nota. Nella HarlemsGupa e 
povera di fine anni Ottanta, questa sedicen- 
ne obesa e di colore, abusata dal padre, umi- 
liata dalla madre, semi-analfabeta, con due 
figli (la maggiore è down) nati dall’incesto.e 
sieropositiva,.riesce — quasi miracolosamente 
— a mettere insieme la sua vita, dandole una 
direzione. Così Precious si appropria di una 
dignità e di un’identità che, forse, nonostante 
il suo nome, non ha mai avuto ‘nella sua vità - 
breve, ma già profondamente ferita. 

In questa vicenda, non vera ma tragicamen- 
te verosimile (in cui più volte lo spettatore è 
portato a domandarsi: che altro ancora?), c'è 
una scena clou, una scena in cui davverò que- 
sta adolescente rivela, sorprendentemente, 
una forza ed una determinazione che hanno 
dell’incredibile. 

La scelta veramente matura e coraggiosa che 
Precious compie, infatti, non è solo e tanto 
quella di ribellarsi alla madre, una donna tal- 
mente disperata che, nella sua distorta follia, 
arriva ad incolpare la figlia di ‘averle rubato 
l’uomo (che altri poi, non è, che il padre della 
ragazza stessa). Una ribellione.wverso la madre 
che passa per la decisione di îseriversi ad una 
scuola speciale, reagendo così a quella vita 
di rancore, povertà ed ignoranza a cui il suo 
ambiente parrebbe averla già inchiodata. (Alla 
seconda gravidanza, Precious viene infatti 
espulsa dalla scuola pubblica dalla preside, 
che, però, non l’abbandona a se stessa ma. in 
un surreale dialogo dal citofono di casa; con 
la donna in strada, dà alla ragazza indicazioni 
sulla struttura che le cambierà la vita). 


22) Ombre e Luci î /201! 


PRECIOUS 


Se dunque già in questo passaggio l’adole- 
scente. tira fuori una grinta fino a quel mo- 
mento insospettata (nella parte iniziale del 
film sembra.quasi che odio, dileggio e vio- 
lenza le scivolino semplicemente addosso), 
la.vera, autentica determinazione di Precious 
risulta più avanti nella pellicola, quando la ra- 
gazza (quasi in sordina, senza squilli di fanfa- 
re) si oppone allaisua nuova professoressa. 
Si tratta di Miss‘Rain, la donna intelligente, 
affascinante e' discreta che, insegnandole a 
leggere e a scrivere, con un affetto caparbio e 
determinato, le permette finalmente di crede- 
re în se stessa, € di volersi bene. 

La scena si svolge al telefono. Precious è 
seduta sul suo letto all'ospedale, dove ha ap- 
pena: partorito il secondo figlio, Abdul. Miss 
Rain spinge per una soluzione che nessuno 
si sentirebbe di condannare: Precious ha 
appena iniziato a prendere in mano la sua 
vita, deve finire la scuola, diplomarsi, andare 
all'università, ha solo 16 anni, forse la solu- 
zione migliore è quella di dare il neonato in 
adozione (la maggiore vive con la nonna)... 
La ragazza, però, non vuole sentire ragioni 
(“nemmeno i cani danno via i loro figli”). Pre- 
cious vuole sì reagire all'odio e al degrado di 
cui è stata cresciuta e nutrita, ma lo vuole fare 
con loro, con i suoi figli, amandoli e tenendoli 
accanto a sé. E lo farà non solo con il piccolo 
Abdul, ma anche con la primogenita down 
che, finalmente, smette di essere “Mongo” 
(come Precious la chiama per quasi tutto il 
film), per diventare una bambina. Una bam- 
bina e basta. 


Giulia Galeotti 


“ BENTIVOGLIO 


UNA 


con LINO 


MANU 
AI Sr 


ori | 
pento gr I 


ELA ERICA 


DIA 


fo ds ultimi anni DINO, iniziato a co- 
noscere e ad avere familiarità con la-malattia 
di Alzheimer, demenza degenerativa: che di- 
strugge progressivamente le cellule Gerebrali, 
facendo regredire chi ne è affetto rendendolo 
a poco a poco incapace di una vita normale. 
Se inizialmente questa malattia dura e spie- 
tata (anche a causa della: prognosi infausta, 
dell’assenza di una terapia che ne modifichi il 
decorso e del grande impatto in termini emo- 
tivi ed organizzativi), ha suscitato solo terrore 
e volontà di non parlarne, recentemente si 
registra un atteggiamento più maturo e co- 
raggioso. Non solo è venuto meno l'inutile 
ostracismo verso il fatto di nominare questa 


‘malattia, ma “addirittura” si è iniziato a cer- 


care di comprenderla nel tentativo di trovare 
una chiave per relazionarsi con chi.ne è col- 
pito. E la fortunata coincidenza dell’uscita di 
due opere, un romanzo e un film, ne sono 
la conferma: ognuno con il suo stile e la sua 
ottica, sia il libro che la pellicola eercano di 
trovare un modo per “entrare” nella malattia, 
imparando a conviverci e a dialogarci con tut- 
ta la serenità possibile. 

Se del romanzo Perdersi ne abbiamo. già 
parlato, anche l’ultimo film di Pupi Avati,.l 
sconfinata giovinezza, fa riflettere, aiutando 


a comprendere cosa può provare un malato 3 


di Alzheimer. E facendoci toccare con mano . 


quanto probabilmente abbiamo sbagliato e- ar LI Le PASona, ni 


sbagliamo n nei nostri trai relazio narci 


con MINI Liclattia. Te Lo per capire 
che, ‘se non'c’è la ricetta giusta-sempre e co- 
munque, v'è comunque una direzione che 
è possibile, prendere] Nel film un magistrale 
Fabrizio Bentivoglio /((Lino) è un giornalista 
sportivo gradatamente colpito dalla malattia, 
mentre Francesca Neri (Chicca) ne interpreta 
la,moglie,;una-donna, caparbia nel cercare di 
mantenere una comunicazione con l’uomo 
che ama da anni. Nulla è facile, sia chiaro: 
dall’ottica di lei, partecipiamo al dolore di ve- 
dere la persona perdere progressivamente 
pezzi di sé (a volte consapevolmente, a tratti 
con manifestazioni violente, spesso divenen- 
do incomprensibile a chi gli è vicino). Ma la 
scena di Lino e Chicca che giocano sulla pi- 


sta disegnata sul pavimento della loro ricca 


casa borghese, è memorabile nella poesia e 

nà forza che trasmette. Lui, 
ceramente appassio- 
nato e lanciato nell'immaginare una tappa 
del Giro; lei ride e si diverte, seppur lucida e 
consapevole, forte dell’essere riuscita a trova- 
re un passaggio nella mente dell’uomo. 


Perché pur perdendosi, ;pur divenendo 


passo dopo passo meno presente a se stesso 
ea chi lo circonda, pur rendendo il passato 
, annullando margini temporali in 


‘una ‘memoria selettiva e inspiegabile, il mala- | 


to di Alzheimer è comunque una persona, è 


UOMINI 


DI DIO 


DES HOMMES ET DES DIEUX 


Uomini di Dio, uomini per gli uomini. Al- 
cuni monaci che avevano scelto di vivere una 
vita di preghiera quasi continua, di liturgia e 
di contemplazione, vivevano una profonda vi- 
cinanza e servivano la gente, come Gesù. La 
loro contemplazione li umanizzava, e il loro 
servizio li conduceva alla preghiera. Vivevano 
a Tibhirine, a un centinaio di kilometri a sud 
di Algeri, una zona di dolce montagna, vicino 
a un villaggio abitato da gente povera, di fede 
musulmana. L'amicizia tra i paesani e i mona- 
ci era bella, tanto profonda quanto semplice. 
Quella del fratello Luc, un monaco medico, 
sempre al servizio di chi aveva bisogno di cure 
o quella per i contatti del mercato pubblico 
per la vendita di miele. Fratelli monaci o pae- 
sani musulmani, si sapevano amati da Dio; 
ciascuno voleva testimoniare questo amore, 
secondo la propria vocazione. 

La notte del 26 al 27 marzo del 1996, 
dieci giorni prima di*Pasqua, un gruppo di 
‘ribelli’ armati entra nel monastero e rapisce 
sette dei nove monaci che stavano dormendo 
(due riuscirono a nascondersi). Il film racconta 
la vita del Monastero negli anni precedenti; i 
monaci avevano già subito nel Natale 1994 
una simile invasione — dopo la quale le autori- 
tà algerine avevano suggerito loro di tornare 
in Francia. Il film racconta le discussioni della 
comunità: rimanere nel monastero? andare in 
un altro monastero? tornare in Francia? La 
domanda aveva però un aspetto più radicale: 
si accettava di rischiare la morte in questa ter- 
ra divenuta inospitale? 

Una domanda che in fondo era quella di 
Dio nei confronti dell’uomo peccatore, ani- 
mato dall'odio più spesso che dall'amore. Me- 
ditando il vangelo, contemplavano la scelta di 
Dio. Lentamente, sotto la guida del superiore, 


7° OmbreeLuci 


tutti entrarono nella profondità della loro vo- 
cazione: essere con e come Cristo. Dovevano 
rimanere presso il villaggio e continuare la 
loro vita d'amicizia con i paesani? Fuggire per 
assicurarsi la sicurezza? Il film mostra, a un 
certo momento, alcuni monaci che, discuten- 
do con la gente del paese, dicevano di sentirsi 
come uccelli su un ramo che qualcuno stava 
segando. I paesani fecero notare che erano 
loro quegli uccelli, e che i monaci servivano 
invece a proteggerli. 

Camminare sulle orme di Gesù fino in fon- 
do, fino a dare la propria vita per amore. Il re- 
gista non dice chi li ha ammazzati. Potrebbero 
essere stati i ribelli, o i militari del governo, per 
errore o volutamente. Non si sa. Eppure era 
importante sapere chi fossero i colpevoli. Ma 
più importante è raccontare le vite date per 
amore, per seguire il Maestro d'amore, Gesù. 

Un film bellissimo, di gran successo com- 
merciale. Mi hanno detto che è stato presen- 
tato a Roma a cardinali e vescovi, che, prima 
della proiezione del film, chiaechieravano tra di 
loro, ma che alla fine, sono usciti tutti in gran 
silenzio, richiamati alla serietà del loro primo 
amore. ll fratello Luc nel film dice a una ragazza 
del paese che lo consultava su uni suo amore, 
che anche lui aveva amato delle belle ragazze 
e che poi aveva incontrato un. altro amore, più 
totale. Ecco, è proprio un film sull'amore to- 
tale, divino. Con quale risultato politicamente 
misurabile? Come la morte di Gesù. Per questa 
ragione, più o meno riconosciuta consapevol- 
mente, credo che il film ha avuto tanto succes- 
so, anche presso gente che non frequenta la 
Chiesa. Tutti noi abbiamo bisogno, sentiamo 
il bisogno della testimonianza di persone che 
danno tutto al Dio Vivente e ai fratelli. 


Paul Gilbert 


VITA FEDE E LUCE 


Terminati gli applausi, l'euforia, spenti i 
“riflettori”, finiti gli abbracci di gioia e gli au- 
guri... comincia la presa di coscienza seria: 
responsabili a Fede e Luce, io e Sergio, di 
nuovo io, dopo anni di eclissi, assorbita da fe- 
lici incombenze familiari e stressanti impegni 
lavorativi, ancora io. Devo proprio ringraziare 
chi ha dimostrato di credere in me in quanto 
Angela e in me e Sergio insieme: è una gioia 
grande, un balsamo per il cuore sapere che ci 
sono amici, genitori, ragazzi che con affetto 
e fiducia hanno scelto noi per guidare la bar- 
ca della Comunità Maria SS.ma della Madia 
per i prossimi anni. Quali mari ci aspettano, 
in quali porti sicuri ci potremo rifugiare, quali 
marinai saliranno a bordo, quali coste sfiore- 
remo e quali terre conquisteremo: solo Dio lo 
sa e speriamo che ci sia vicino perché ce lo 
deve! Se le elezioni hanno prodotto questo 
risultato è tutta “colpa” sua; allora che si assu- 
ma anche Lui la sua dose di “responsabilità”: 
io, infatti, con il mio sì sono stata una sor- 
presa per tutti, ma soprattutto per me stessa 
e Sergio, invece, che si è prontamente siste- 
mato al mio fianco, è stato la mia certezza di 
sempre. Mi piace, con un format dal recente 
grande successo televisivo, scrivere l'elenco 
delle motivazioni che mi hanno travolto, ma 
ho già detto di chi è la colpa, al momento 
della fatidica risposta. 

Ho detto di sì perché: 

Fra i motivi per cui Sergio mi ama, c'è 
anche il fatto che crede in me ed è convinto, 
nonostante le mie resistenze, della mia capa- 
cità di guidare servendo e servire guidando. 


Fra i motivi per cui Dio mi ama c’è questa 
stessa fiducia nelle mie capacità (sempre no- 
nostante le mie obiezioni) 

Se Sergio e addirittura Dio pensano que- 
sto, quasi quasi ci devo credere pure io...al- 
meno un po’. 

Quando incontro una persona nuova e ca- 
pisco che ha un mondo meraviglioso dentro 
di sé, la prima cosa che penso è “quanto fa- 
rebbe bene averla a fede e luce”. 

Quando penso a come è fatto il mio san- 
gue, penso che oltre ai globuli di vario colore, 
ci sia l’amore per i ragazzi. 

Perché gli amici della mia vecchia comuni- 
tà sono venuti a fare il tifo 

Quando penso alla mia stessa identità, mi 
viene in mente che sono quello che sono an- 
che per l’affetto dei miei ragazzi 

Perché la mia amica del cuore Mariella ha 
scelto deliberatamente di preparare un cen- 
tinaio di crepes per il pranzo di Natale solo 
perché ci vuole bene. 

Perché Rosalba, invitata da me a scegliere 
l’altro meritevolissimo nome, Salvatore (per- 
ché ci ho provato fino all’ultimo), mi ha detto 
la verità: “sono più affezionata a te”. 

Perché la mia amica Anna non aveva altro 
nella testa già prima che venisse fuori il mio 
nome. ? 

Perché a tutti piacciono le mie lasagne e 
io mi sento felice quando le preparo per la 
domenica di Fede e Luce. 

Perché in comunità sono amata e non ci 
sono obiezioni che io possa fare. 


Angela Di Bello 


Ombre e Luci 1 /20î! [25 


In un certo 
senso è molto 
I bello che tuo 

fratello non 
voglia far parte 
Bedi F. e L.. Dice: 
8 ‘Non sono una per- 

tn sona handicappata”. Oggi 
si incoraggiano le persone a sviluppare le 
proprie capacità e, se possibile, a nascon- 
dere le differenze. 

È bello questo da un lato, ma c’è il ro- 
vescio della medaglia... 

Penso che. tuo fratello faccia fatica ad 


EEM \ANDIER risponde 


Questa accoglienza ammirevole di sé, 
degli altri, comincia in famiglia, nel quar- 
tiere, nella parrocchia, a scuola... e infine 
attraverso tutta la vita. 

Accettare di essere diversi, con i propri 
limiti e le fragilità, richiede tempo e esige 
un buon accompagnamento. Chi potrebbe 
aiutarti a fare ciò per tuo fratello? 

All’Arca come a Fede e Luce, la diffe- 
renza tra una persona disabile egli assistenti 
o gli amici è visibile, a volte troppo accen- 
tuata. Questo ha vantaggi e svantaggi: si 
può chiudersi nel proprio handicap o si può 
negarlo. 


“Giulio, mio fratello Down di 25 anni, rifiuta di entrare in una 
comunità F. e L., dichiarando: “È per gli handicappati”. 


Che cosa rispondergli?” 


inserirsi nella società, a trovare un lavoro 
adatto a lui, e a vivere fuori dalla famiglia. 

Ci sono poi dei luoghi dove tuo fratello 
potrebbe trovare il suo posto, come nei 
gruppi di teatro integrati, in un club del CAI, 
in una corale di parrocchia... Ma l’essenziale 
non ti sembra che sia quello di dialogare e 
di riflettere con lui su cosa vuol dire essere 
Down, avere una trisomia 21 e le conseg- 
uenze di ciò? Questo per aiutarlo a non 
subire soltanto il suo handicap con rabbia 
e tristezza, ma ad accettarlo, ad accogli- 
erlo perfino, con amore, scoprendo dietro 
l'handicap la sua vera persona, intima e pro- 
fonda, il suo cuore capace di amare. 

Amare chi si è: “Sono ciò che sono, con 
le mie debolezze, le mie forze, con ciò che 
è unico e diverso in me”. 


26) Ombre e Luci 1 /2011! 


Nella società la situazione è complessa: 
come può tuo fratello accettarsi come di- 
verso se molti non l’accettano come tale? 

La mia speranza è ch'egli trovi un grup- 
po di amici dove possa essere contento e 
fiero di essere ciò che è: un figlio di Dio e 
un essere umano più bello di quanto crede. 

Questo richiede una parola vera che non 
evita le sofferenze (appannaggio di ogni 
persona) per effettuare il passaggio da una 
vita sognata e idealizzata all'accoglienza 
della realtà con tutto ciò che è bello e pe- 
noso. 

Per noi tutti, la pace del cuore si sviluppa 
in questa accoglienza del reale e nel modo 
in cui impariamo a vivere attivamente, gio- 
iosamente e con saggezza. 


O&L n.177 


i Sinvia Periti 


Pochi di voi avranno il coraggio di comprare e di leggere questo libro- 
racconto della vita di questo sacerdote scomodo. Pochi di voi — dalle 
domande che ho fatto attorno a me — sanno chi sia. 

Con queste poche parole di presentazione, vorrei suscitare in voi la 
curiosità di conoscerlo, di sapere quanto bene ha fatto (in Italia e in 
America Latina), quanto amore vero ha seminato, piantato, curato. 
> La sua vocazione è scaturita da una frase che la mamma gli disse un 
giorno in cui lui aveva assistito in piazza ad una strage e ne era rimasto 
turbato, aveva solo 8 anni: “Quello che è successo ieri è molto grave. 
Delle persone hanno ucciso altre persone. E sai perché questo accade? Perché gli uomini 
non si vogliono bene. Non sanno vivere in pace gli uni con gli altri. Litigano, si scontrano, 
si picchiano e alla fine perfino uccidono. Noi dobbiamo impegnarci perché nel mondo ci sia 
più amore, perché le persone imparino a volersi bene” 

Da allora ad oggi, per lunghi ottant'anni, Antonio Paoli ha cercato, in modo intelligente, con- 
creto, senza giudicare, di ubbidire al comandamento dell'amore e di portare “giustizia=carità” 
a quanti sono considerati uomini di secondo o di terzo livello. 

Dopo tante lotte, tanto impegno, sofferenze e delusioni, può dirci con umiltà: 

“Noi vecchi non possiamo dare molti consigli ai giovani perché nessuna delle nostre vite 
può servire da modello. Possiamo solo dire che la vita spirituale è la storia di una relazio- 
ne che tocca le punte estreme della gioia e del dolore e che all’epilogo vi fa esclamare 
con una sincerità che raggiunge la radice dell’essere: -Ne valeva la pena-”. 


Arturo Paoli 


Piemme Editore 


fi Antonio Nicaso 
Î La mafia è un fenomeno criminale presente intorno a noi da tantissimo 
ff tempo. Nonsi sa con precisione cosa sia o chi ne faccia parte ma si perce- 
Î piscono le conseguenze delle sue azioni nei luoghi dove risiede, e non solo. 
Antonio Nicasio ci illustra in maniera molto semplice e concisa cosa si sa di 
questa mafia: Cos'è? Come è organizzata? Come la si combatte? La strut- 
tura narrativa dei capitoletti aiuta il lettore a immagazzinare efficacemente 
il concetto descritto; ognuno di essi corrisponde ad una domanda diretta 
(Quando nasce la mafia? Cos'è una cosca?) che tramuta l’intero testo in 
Mondadori una sorta di intervista, rendendolo più scorrevole e piacevole da leggere. Un 
aspetto da non sottovalutare, visto che il testo è indirizzato ai più giovani. 
L'autore ha ben sintetizzato concetti non facili da spiegare a un ragazzo, ma soprattutto ha fornito 
un'analisi completa sui meccanismi della mafia nelle sue molteplici varianti, non omettendo gli sforzi 
e le lotte di chi ha sfidato questo fenomeno. Consigliato per chi vuole saperne di più e soprattutto 
per chi vuole far saperne di più: “perché per combattere la mafia abbiamo a disposizione un'arma 
potentissima: la conoscenza”. M. €. 


Ombre e Luci 1/2011 Pari 


ANITA NAIR 
i L'arte di dimenticare 


È una lettura molto interessante, quella dell’ultimo romanzo della scrittrice in- 
diana Anita Nair, L'arte di dimenticare. In esso si intrecciano le vicende di Mira 
i — ultra quarantenne raffinata e impeccabile che, dall’oggi al domani si ritrova 
. abbandonata dal marito — e il professor Krishnamurthy, detto Jack, un esperto 
di cicloni che rientra in India (dagli Stati Uniti) per accudire la figlia maggiore 
che, a 19 anni, si ritrova immobilizzata a letto in coma a seguito di un non me- 
glio identificato incidente. Sono pagine tutte variamente pervase da un nodo 
i di fondo, quello cioè della difficile conciliazione tra tradizione (in termini sia 
= ss. di valori, che di pregiudizi e stereotipi) e modernità (con il suo noto binomio 
Ed. Guanda di libertà e perdita di senso). Quasi a ricordarci che, mentre si guadagna e si 
migliora, inevitabilmente si perde qualcosa. 
Sebbene indagata senza sbavature e con competenza, la vera protagonista del romanzo non è però 
Mira, ottima acrobata tra un equilibrio familiare sull’orlo del collasso e una vita non solo affettiva ma so- 
ciale, economica e lavorativa da reinventare. Il vero protagonista, l'eroe verrebbe da dire, del romanzo 
è il professore dei cicloni: Jack. 
Abbandonato da piccolo dal padre e divenuto adulto con il grande desiderio, quasi l'ossessione, di 
essere diverso da chi l’ha messo al mondo, quando si ritrova padre a sua volta, Jack si avvia a ricalcare 
— con tutte le novità del caso, legate principalmente al diverso momento storico e geografico — le tante 
aborrite ombre paterne. E così L'arte di dimenticare diventa la capacità di quest'uomo di scoprirsi 
finalmente il padre che avrebbe voluto essere. 
Perché Jack, per amore, rimane fermo dinnanzi a ciò che un genitore non vorrebbe (e non dovrebbe) 
mai ascoltare. Soprattutto Jack è il padre che non smette mai di vedere in quel “mostro” immobile sua 
figlia. La sua Smirti. 
Perché, sia pure con fatica e a volte in modo maldestro, essere padre è prendersi cura. Come solo le 
madri sanno fare. G. G. 


| Martateresa Cairo, Vittore MARIANI, REGINA ZENI CONFALONIERI 


MARIATERESA CAIRO 


Witicu È Disabilità ed età adulta 
pisabiltà ed età cu Qualità della vita e progettualità pedagogica 


Qualità delia vitae progettusbizà pedagogica 


“Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l'abbandono e la solitudine a 
decretare una vita indegna di essere vissuta”. È quello che dice il presidente di 
Ass. Ital. Scler. Lat. Amiotr. nell’introduzione al libro, un testo complesso ma 
è estremamente importante per approfondire temi al nocciolo del nostro vivere 
‘ sociale. Ci confrontiamo attraverso la disabilità con questioni di alto spessore 
‘| etico, educativo, organizzativo che riguardano il valore che diamo alla vita delle 
x * persone, di sul ana qualunque sia la sua condizione di salute, o Lc. 
3 ginalità sociale, e di risposta possiamo dare perché ogni percorso di vita 
Ed. Vita e Pensiero possa compiersi in pienezza. 
Il titolo sottolinea l'età adulta, quella in cui ciò che abbiamo appreso negli anni della giovinezza può 
indicare la strada verso la realizzazione personale, affettiva, lavorativa, sociale... Come può compiersi 
questo cammino per ogni persona? Come costruire un ambiente, una comunità, che colga l'essere 
persona, in qualsiasi condizione essa sia, e ricerchi “il modo migliore di completare il percorso di vita” di 
quella persona? Il testo, a partire dalla condivisione del sistema di valori cui si riferisce, propone modelli 
educativi-pedagogici perché questo percorso venga realizzato, senza trascurare il necessario confronto 
con gli addetti ai lavori che quotidianamente ricercano in questo cammino. C.T. 


128 Ombre e Luci 1 /2011 


“Visto da vicino, nessuno è rormale” 


Nel programma erano previsti la 


Messa celebrata dal Vescovo, l’arrivo. 


dei Re Magi, il trasferimento a piedi al 
capannone delle feste, lotteria, pesca, 
ricche calze della Befana e cena comple- 
ta per tutti, premiazione per il presepio 
più bello. Il nostro gruppo si è presen- 
tato entusiasta e numeroso, forte delle 
foto inviate a documentare il presepio 
allestito nel nostro laboratorio. Tutto si 
è svolto come previsto ma questa volta 
noi “giocavamo fuori casa”. Lontani dal 
nostro ambiente, in un luogo che non 
ci era famigliare, tra persone gentili ma 
per le quali eravamo degli sconosciuti. 

Forse solo per questo, mi sembra- 
va che i presenti guardassero, o meglio 
scrutassero i nostri ragazzi in un modo 
cui non siamo piu’ abituati. Roberto, 
Michela, Giovanni, giulia, e gli altri non 
erano per loro i nostri amici di sempre, 
con particolari qualità, abilità e carat- 
teristiche, ma genericamente “diversi”, 
diversi dai ragazzi, - figli, amici, com- 
pagni, - li riuniti per fare festa. 

Era solo una mia sensazione? Può 
darsi ma alcune occhiate, alcuni si- 
lenzi, il modo con cui ci si rivolgevano 
mi mettevano a disagio. Dopo i primi 
momenti, però, ho avuto un’altra 


PENNABLÙ 


(F. Basaglia) . 


la certezza, ‘infatti, ch tutti noi, amici 
e ragazzi, eravamo - in realtà - coin- 
volti in uno stesso giudizio, perchè non 
eravamo facilmente distinguibili gli uni 
dagli altri. 

Bisogna dirlo, noi accompagnatori, 
non apparivamo nella forma migliore. 
un po’ provati dal trasbordo da Roma 
e dalla camminata a piedi, poco abbi- 
gliati per una serata di festa, innervositi 
per la stanchezza e il frastuono del ka- 
raoke, con le nostre piccole manie e in- 
sofferenze evidenziate dalla situazione, 
con gli alterchi per dove sistemarci, le 
battute fuori posto, i gesti maldestri... 
sì, eravamo realmente “diversi” dal 
resto del pubblico presente, quindi, noi 
del nostro gruppo risultavamo tutti “di- 
versi” allo stesso modo... indistinguibili. 

Solo piu’ tardi, dopo la cena labo- 
riosa, quando la musica con l’abilissimo 
D.J. si è vieppiù scatenata e i nostri 
ragazzi instancabili si sono alternati al 
microfono ed esibiti nei balli di gruppo, 
allora si’, noi accompagnatori ci siamo 
veramente rivelati per quello che erava- 
mo: “diversi”. “Diversissimi”, stramaz- 
zati sulle sedie, solo vogliosi di silenzio e 
di morbidi letti su cui stendersi.‘. 


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